giovedì 27 ottobre 2016

Il (buon) capo

Un buon capo deve prima di tutto saper dirigere i suoi sottoposti. Poi un capo di successo deve magari avere anche una visione chiara, e un buon piano per metterla in pratica, e le competenze necessarie, ecc.
Però, prima di tutto, deve saper dirigere. 

Per far in modo che la sua squadra lavori al meglio deve avere la fiducia dei suoi sottoposti, e la fiducia si conquista stando dalla loro parte.

Un capo chiede sempre "per favore", e ringrazia i propri sottoposti quando hanno fatto il proprio dovere.

Ogni tanto bisogna fare la ramanzina a qualcuno. E' importante però che questa ramanzina non diventi di dominio pubblico: non è solo il fatto che "i panni sporchi si lavano i famiglia"; c'è anche il problema del rapporto di fiducia con i propri dipendenti, tutti. Non è il caso di mettere alla berlina qualcuno che deve lavorare con te nel prossimo futuro; e non è bene che gli altri vedano il trattamento pubblico che potrebbero ricevere nel caso facciano un passo falso. Per la stessa ragione, un capo non alimenta chiacchiere di corridoio e non fa pettegolezzi su certi dipendenti con gli altri per non dividere il gruppo.

Il capo, quindi, si prende la responsabilità intera dell'operato della propria squadra e difende i propri sottoposti all'interno e all'esterno.

Il capo assegna le responsabilità ai propri dipendenti secondo le competenze e le inclinazioni. Evita di sovraccaricare qualcuno e di ignorare qualcun altro. Tutti devono avere un carico equilibrato di lavoro.

Purtroppo, non sempre il capo può scegliere i componenti della propria squadra. Sarebbe bello potersi scegliere con chi lavorare, ma purtroppo non è sempre così, e questo vale spesso anche per i capi. 

Può capitare quindi che nella squadra ci sia qualche mela marcia, qualcuno  che non lavora bene, che non collabora, o addirittura che cerca di far fallire il progetto dall'interno. Questa è la situazione più difficile da gestire, ma non è impossibile. Bisogna far ben attenzione ad isolare il "traditore", e a non affidargli incarichi troppo delicati; e magari metterlo a lavorare con gente di fiducia che possa controllare bene quello che fa. Se i traditori sono tanti, è ancora più difficile, ma il mestiere del capo è anche quello di vincere le battaglie interne con un'opportuna "guerra di posizioni".

L'importante però è che il capo non lasci trasparire niente all'esterno. Il capo si prende la responsabilità e difende la sua squadra sempre, anche quando sospetta ci siano dei traditori. E se a un certo punto capisce che non può farcela, beh, si dimette.

Fare bene il capo è un lavoro molto difficile, e non tutti sono in grado di farlo. Sono sicuro che avete in mente molte persone a cui questo profilo calza a pennello; e molte altre che invece hanno miseramente fallito il loro compito di "capo". 

Non invidiate troppo il capo; ha le sue grane, come tutti, e spesso non può neanche prendersela con nessuno. Soprattutto, riflettete bene quando urlate contro questo o quello e lo chiamate incapace; magari avete ragione voi; o magari non sapete bene cosa è successo dietro le quinte; oppure non avete riflettuto bene a quanto fosse difficile fare quello che andava fatto.
Siate lievi.

domenica 16 ottobre 2016

Modifiche alla costituzione

Ho cominciato oggi ad informarmi sulla riforma costituzionale, e sono finito su questo video.

ugo dighero legge l'articolo 70 from Bemli Redplate on Vimeo.

Dopo la voce del sempre bravo Dighero, vediamo un po' di analizzare le due versioni.

Nella costituzione attuale, l'articolo 70 recita:
La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere.
Si tratta di un articolo molto breve perché la nostra costituzione prevede il bicameralismo perfetto. Le disposizioni sul funzionamento delle due camere si trovano altrove, e i costituenti non sentirono il bisogno di aggiungere riferimenti (oggi si direbbe link) ad altri articoli della costituzione.

Vediamo adesso l'ipotesi di modifica dell'art. 70 secondo la riforma proposta dal nuovo governo.
1 La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all'articolo 71, per le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilita' e di incompatibilita' con l'ufficio di senatore di cui all'articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma.
2 Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati.
3 Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all'esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.
4 L'esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all'articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.
5 I disegni di legge di cui all'articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
6 I Presidenti delle Camere decidono, d'intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.
7 Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all'esame della Camera dei deputati.
L'avete letto per bene? Vi invito a rileggerlo ancora una volta, con molta attenzione. In fondo si tratta della nostra costituzione, un altra lettura via.

L'avete riletto? Ok, allora discutiamone.

Innanzitutto, è molto lungo. Il motivo è che probabilmente le cose nel nuovo assetto sono un bel po' più complicate che nel vecchio assetto. Per cui, i nuovi costituenti hanno pensato di dettagliare per bene un bel po' di cose per essere sicuri che si capisca bene come funzioni. In pratica, la funzione legislativa è specificata qui.

Nel primo paragrafo si dettagliano gli ambiti legislativi in cui si rimane nel bicameralismo, ovvero quando si tratta di leggi costituzionali, legge elettorale, e tutto un'altra serie di cose. Notate che adesso ci sono i riferimenti ad altri articoli della costituzione (i link), d'altronde viviamo nell'era di internet.

Quello che mi lascia un po' perplesso è il paragrafo 3 (e ancor più il paragrafo 4). Qui utilizzo la mia esperienza di "revisore di tesi" di laurea e di dottorato, e faccio le pulci al testo.
  • "Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi... " successivi a cosa? suppongo sia "successivi al momento in cui la richiesta di un terzo dei senatori venga inviata al presidente del senato". Probabilmente ci sarà un regolamento del senato in cui si spiega tutto questo, ma una piccola nota qui non ci sarebbe stata male. 
  • "... il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva". Qui, da quello che capisco, non ci sono limiti di tempo. Una volta che il Senato ha proposto delle modifiche, la Camera fa un po' che gli pare, per esempio potrebbe lasciare cadere la cosa e lasciare la legge a bagnomaria per sempre. O sbaglio?
  • "Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all'esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata." Se invece il Senato non propone alcuna modifica, la legge è approvata automaticamente e può essere promulgata (ovvero firmata dal Pres. della Repubblica).
  • "L'esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all'articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione." Qui credo si riferisca a "difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi;", ma non ne sono sicurissimo. Da quello che capisco, per queste materie, bisogna obbligatoriamente passare anche dal Senato (cade la procedura della richiesta di un terzo dei senatori), che può proporre modifiche, però ha solo 10 giorni di tempo (d'altronde, suppongo che in caso di dichiarazione di guerra sia necessario non por tempo in mezzo).
  • "Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti". Questa parte è sinceramente scritta davvero male. Credo voglia dire che per rifiutare le modifiche proposte dal Senato a maggioranza assoluta, bisogna che la Camera voti a maggioranza assoluta. Niente dice però delle modifiche proposte dal Senato a maggioranza semplice. Che succede a queste ultime? Probabilmente si ricade nel paragrafo precedente, (cioè basta una maggioranza semplice per rifiutare le modifiche) ma ci vorrebbe un costituzionalista. 
  •  "I disegni di legge di cui all'articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione." L'articolo 81 dovrebbe riguardare il bilancio, se non mi sbaglio, ovvero la legge finanziaria. Notevole che qui siano "concessi" ben 15 giorni (ma suppongo che i senatori abbiano la possibilità di informarsi prima, durante l'esame alla camera, e formarsi un'opinione nel frattempo). Suppongo poi che non siano necessarie maggioranze assolute, perché niente è detto al riguardo, e che come al solito la Camera fa un po' quello che gli pare con le proposte che vengono dal Senato.
Ok, per ora questo è quanto ho trovato. Mi sembra evidente che, se vince il Sì al referendum, sarà notevolmente più facile far passare le leggi. Se questo sia un bene o un male, lo lascio decidere a voi.

sabato 1 ottobre 2016

Sul populismo

Stamattina mi sono imbattuto in questo video, segnalato su twitter
Si tratta di un'analisi (piuttosto sui-generis, a dire la verità) del linguaggio che Trump usa per comunicare le sue "idee".

In realtà, se la pensate come me, concorderete che Trump non comunichi alcuna idea: si limita a ripetere che ci sono "problems", anzi "tremendous problems", e che lui ha ragione a dire che ci sono "tremendous problems". Non uno straccio di soluzione o analisi di soluzione. Eppure, questo messaggio evidentemente fa presa su una larga fetta dell'elettorato americano.

Ho trovato il video è interessante perché mi ha fatto tornare in mente una cosa che penso da qualche tempo: la lotta politica oggi non è più tra destra e sinistra, non tra "classe proletaria" e "borghesia", e neanche tra "capitalismo" e "socialismo".

Le classi sociali in lotta oggi sono "quelli con un livello di istruzione medio/alto" contro "quelli con un livello di istruzione medio/basso". 

Vediamo di dare qualche supporto a questa mia analisi. Innanzitutto notiamo come Trump sia avversato da quasi tutti i media tradizionali (i giornali americani), siano essi democratici che repubblicani. Per la prima volta nella storia, alcuni quotidiani conservatori che si erano sempre schierati con i repubblicani, hanno inviato a votare per Hillary Clinton. Diverse personalità accademiche di appartenenza rigorosamente conservatrice, si oppongono fortemente a Trump. Tutto l'establishment gli è contro. Ma chi legge i giornali è una persona mediamente istruita, che ha voglia di informarsi, ragionare e discutere a livelli intellettualmente sostenuti.

Nel video si mostra una scala su cui vengono misurati i livelli linguistici dei discorsi di vari politici americani: la struttura linguistica del discorso di Trump è al livello di "quarta elementare", mentre quella di Hillary Clinton è di parecchi gradini più in alto. Questo significa che è perfettamente inutile che il New York Times e il Washington Post continuino a pubblicare lunghi editoriali pieni di complicatissimi "fact checking": sono editoriali che si rivolgono ai propri lettori che sono già convinti di loro dell'inadeguatezza di Trump, non c'è bisogno di ripeterlo.

Quelli che non leggono il NYT, non hanno affato la pazienza e le capacità per mettersi a leggere un lungo e complicato discorso razionale sul perché DJT sia unfit, e quindi si limiteranno a seguire una spiegazione molto più semplice: "il NYT attacca DJT perché è parte dell'establishment, e questa gente non vuole perdere i suoi privilegi".

Uno come me, se ascolta Barack Obama parlare, e subito dopo Donald Trump, non ha dubbi si chi abbia ragione, indipendentemente dal contenuto del loro discorso. Semplicemente io mi sento più affine a una persona sofisticata ed elegante, altamente istruita come Barack Obama, piuttosto che a uno che continua a ripetere sempre le stesse quattro parole senza arrivare a dire niente di concreto. E questo non ha niente a che fare con il contenuto "politico" di destra o di sinitra, ne con le azioni passate dei due contendenti. Si tratta di una sorta di "corrispondenza di sentimenti" a un livello molto più basico.

Ma mettiamoci nei panni di uno con un basso livello di istruzione, uno di quelli che vanno a sentire Trump parlare, come quelli in questi video. "Trump supporters are Dumb", sembra essere un commento piuttosto ricorrente. Naturalmente, a nessuno piace sentirsi chiamare stupido o deficiente. Quelli che votano Trump, invece di vergognarsi della loro presunta stupidità, si convincono ancora di più che bisogna votare Trump. Se Trump viene eletto, loro avranno vinto e nessuno li chiamerà più "dumb".

Il fatto è che la gente con un basso livello di istruzione in un paese tecnologicamente avanzato dell'occidente è in evidente difficoltà di questi tempi. Per trovare un lavoro decentemente pagato è necessario avere alti livelli di istruzione (e spesso non è neanche sufficiente). I lavori a basso contenuto concettuale scarseggiano perché gran parte dell'industria manufatturiera ormai ha traslocato in oriente, oppure usa pesantemente l'automazione e la robotica. E anche nella grande distribuzione, continua a diminuire il numero di commessi e venditori, dopo l'avvento del commercio on-line e dell'automazione nei supermercati. Il livello di "skills" necessario per avere un buon lavoro pagato decentemente si è alzato drammaticamente, tagliando fuori tutta una larga fetta della popolazione che non ha il livello di istruzione necessario.

Si tratta di gente che, quando sente un politico tradizionale parlare in TV, non ha gli strumenti per capire di cosa stia parlando. Quello che sa per certo è che, se non trova lavoro, se non si sente a suo agio nella società, è per colpa "loro". Per questo non vede l'ora di votare Donald Trump.

"Ecco uno che capisco! Ecco uno come me che ce l'ha fatta! C'è speranza anche per me allora: se lui vince, gliela faremo vedere noi a quegli altri".

Adesso lasciamo perdere gli USA e Donald Trump, e rivolgiamoci a un qualunque altro paese industrializzato occidentale, un paese del "primo mondo". Non vedete un pattern ricorrente che emerge nelle ultime elezioni? Il Brexit per esempio?

Mi duole ammetterlo, ma anche in questo caso, noi italiani siamo stati precursori di almeno 20 anni: Berlusconi aveva capito tutto ciò ben prima di Donald Trump (che non è altro che un pallido emulatore del nostro). Ricordate quando confessava che l'elettore medio è come lo studente poco intelligente dell'ultimo banco? Abbiamo già vissuto questo "educational divide" in Italia, e Renzi e il MS5 hanno ben imparato la lezione: quando parlano si rivolgono a una platea di gente ben definita, e io non rientro tra quelli.

Beh, buon ottantesimo compleanno Silvio, mannaggia a te.


domenica 25 settembre 2016

Post di servizio

Adesso i commenti dovrebbero ri-funzionare anche in https. Inoltre https è il protocollo di default. Se avete ancora dei problemi, vi prego di contattarmi sul mio profilo G+ oppure per e-mail.

Disparità

In Francia ci sono leggi precise che impongono la parità fra i sessi in molti rami dell'amministrazione statale.
Uno di questi è l'Università. Fino all'anno scorso, per esempio, ci doveva essere parità uomini/donne nelle commissioni di concorso per entrare all'università, sia nel ruolo di professore associato (Maître de conférence) sia nel ruolo di professore. Stessa identica regola per i concorsi per ricercatore al CNRS o all'INRIA. Poi bisogna garantire la parità nei vari consigli, a tutti i livelli.

Questa regola può sembrare corretta: in effetti, per garantire parità assoluta di trattamento tra in candidato uomo e una candidata donna, la cosa migliore sembra essere quella di garantire una parità assoluta anche tra i membri della commissione, onde evitare giudizi maschilisti. A maggior ragione questa regola sembra sacrosanta in aree, come l'informatica, in cui le donne insegnanti scarseggiano.

Tutto bene, quindi? Francia socità civile?

In realtà, questa regola è un incubo per le mie colleghe. Essendo poche, sono costrette a partecipare a un numero spropositato di commissioni. Praticamente, passano ogni primavera in giro per la Francia a partecipare a commissioni e consigli vari. Ne va di mezzo il tempo che possono dedicare alla ricerca e alla propria famiglia. A tutto vantaggio dei colleghi uomini che sono molto più scarichi di lavoro, perché partecipano a meno commissioni di una volta. Ci sarà quindi forse una maggiore parità di trattamento per le candidate (forse), ma a scapito della parità di trattamento per quelle che hanno già faticosamente conquistato un posto.

Da maggio, la regola è stata estesa alle commissioni di dottorato. Quando un dottorando deve discutere la sua tesi (la soutenance) si forma una commissione di almeno 6 persone tra interni ed esterni all'università che valuta il lavoro di tesi, partecipa alla discussione, e redice il rapporto finale. Da maggio, ci vuole la parità anche in queste commissioni. Il che ci ha posto in una situazione difficile: avevamo già formato la commissione composta da soli uomini per il dottorando che discuterà in novembre, e siamo costretti ad allargarla per inserire almeno un paio di donne. E da 2 settimane invio e-mail di richiesta disperata, e spesso mi è stato risposto picche. L'ultima collega in ordine di tempo mi ha confessato che da settembre ad oggi è stata invitata in 14 commissioni diverse. Un carico di lavoro del genere è semplicemente inaccettabile per chiunque, ancora di più per una categoria (le insegnanti donne) già piuttosto sfavorita di suo.

Per concludere: è un mondo complicato, e non esistono soluzioni semplici a problemi sociali complessi come quello della parità uomo/donna nei posti di comando della nostra società. Di certo, le soluzioni populistiche come queste, invece di aiutare a risolvere il problema, lo peggiorano.



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venerdì 16 settembre 2016

Il senso dei panda per l'economia

Ieri su twitter qualcuno ha linkato questo articolo.

L'autore sostiene che i panda sono inutili consumatori d'ossigeno. Mangiano solo un tipo di bambù, non vogliono accoppiarsi, insomma sono animali che sarebbero naturalmente destinati all'estinzione, anche senza la presenza degli esseri umani. E quindi, lasciamo pure che la natura faccia il suo corso e che il panda si estingua.


Il pezzo è scritto in maniera tale da sembrare un pezzo ironico/satirico, per farci ridere e pensare. Probabilmente è solo una boutade, un divertissement.  Però mi sembra chiaro l'intento dell'autore (o almeno credo): prendere in giro gli attivisti della preservazione dell'ambiente, quelli che vogliono salvare le specie protette a tutti i costi. Diciamo che io lo interpreto così: e comunque esistono molte persone sulle quali questo tipo di argomenti ha molta presa.

Non so niente dell'autore, so molto poco dei panda, e non ho voglia di mettere a fare fact checking su tutto quello che dice. Però almeno su una cosa voglio ribattere. Ad un certo punto l'autore scrive:
Incidentally, keeping each of the 150-odd pandas currently in captivity costs around £1.5 million a year. How many of our own species could we feed and house for that?
Non so dove abbia tirato fuori la cifra, sembra impressionante. Basta con le spese folli, i soldi vanno spesi meglio!  Mi sembra già di sentire urlare i maniaci della crescita economica, quelli della destra liberista per intenderci.

Però riflettiamo un attimo. La maggior parte dei panda si trova dentro degli zoo, e di solito si paga un biglietto per entrare allo zoo. Per esempio, il biglietto per entrare a Pairi Daiza costa sui 40 euro a capoccia (è a pochi km da qui, in Belgio). E indovinate un po'? Esatto, hanno i panda giganti. Non credo che Pairi Daiza sia in perdita, credo anzi che facciano una discreta quantità di soldi. Quante dipendenti di Pairi Daiza portano a casa la pagnotta grazie ai panda?

Poi sono andato a vedere gli incassi di Kung Fu Panda. Secondo wikipedia, il primo film della serie ha incassato circa 631 milioni di dollari. Poi c'è da mettere gli incassi del DVD, dei diritti, il merchadising, ecc. Da far girare la testa.

Vogliamo contare tutti i pupazzetti di peluche a forma di panda che siano mai stati venduti nel mondo dal momento in cui questo buffo animale è diventato il simbolo del WWF?

Difficile fare un conto, ma suppongo che il costo del mantenimento di tutti i panda del mondo sia una piccolissima parte del giro d'affari direttamente o indirettamente legato all'immagine di questo animale.

Altro che "mangiapane a ufo"! In realtà agli essere umani i panda piacciono molto, e sono disposti a spendere soldi per andare a vederli dal vero o sullo schermo.

Che dire del fatto che la sua sopravvivenza sarebbe del tutto "innaturale"?
In fondo anche gli essere umani appartengono alla natura! Vedetela così: il panda ha trovato il modo di sopravvivere diventando una specie simbiotica degli essere umani. Noi lo nutriamo, ci prendiamo cura di lui, facciamo in modo che si riproduca, e lui ci ricambia con tanta pucciness che ci intrattiene, fa fare tanti soldi alle nostre aziende, e fa lavorare tante persone. E alla fine, non è forse una forma di evoluzione? Io dico che Charles Darwin sarebbe stato tanto contento del panda! Altre specie sono molto meno fortunate.

Per quanto mi riguarda, il panda merita ampiamente di sopravvivere. E prima di tirare in ballo un argomento economico, bisogna pensarci molto bene. 

lunedì 12 settembre 2016

La crescita misteriosa

(rispolvero un po' questo blog perché mi è tornata voglia di dire qualcosina, sperando che questa voglia appena ritrovata non la riperda subito).

L'Italia non cresce: nell'ultimo trimestre il PIL italiano è cresciuto di un misero +0,8% rispetto allo stesso periodo del 2015. Quando gli altri paesi dell'area euro crescono, noi cresciamo un po' meno; quando c'è crisi, il nostro PIL scende più del loro. Questa cosa va avanti da anni, anzi da decenni, e gli economisti si interrogano sulle ragioni misteriose.

Certo, bisognerebbe risolvere questo mistero profondo: conoscendo le cause si potrebbero trovare delle soluzioni. Eh già.

Forse però, a voler cercare bene, qualche indizio è disponibile. Per esempio gli investimenti in alta formazione, università e ricerca e innovazione sono strettamente legati alla crescita strutturale di lungo periodo. Come dice bene Domenico Masi in questo articolo:
Enrico Moretti, docente di economia a Berkeley ha dimostrato con dovizia di dati che “La scolarità è divenuta la nuova discriminante sociale, a livello sia individuale sia di comunità” e che dal numero dei laureati dipende il destino economico delle città sia americane che europee. Le aree con maggiore percentuale di abitanti laureati hanno maggiore occupazione, stipendi più alti, minore criminalità, meno divorzi, vita culturale più intensa, migliore qualità della vita. Negli Stati Uniti le aree metropolitane più ricche e avanzate (come Boston e San Jose) hanno una percentuale di laureati che oscilla tra il 47 e il 56%; le aree metropolitane più povere e arretrate (come Merced e Yuma) hanno una percentuale di laureati che oscilla tra l’11 e il 13%.
In Italia la percentuale di laureati è dell’11,6%, dunque pari a quella delle due aree metropolitane più disastrate d’America. La nostra percentuale d’iscritti all’Università sul numero di giovani in età universitaria (19-25 anni) è pari al 34,4 % tra i maschi e al 40,8% del totale. Nella Corea del Sud la percentuale è del 98%; negli Stati Uniti è del 94%; in Spagna è dell’85%.
L'Italia dunque non investe sull'istruzione superiore dei propri cittadini. Non investe il governo, non investono i cittadini. Laurearsi non serve a nulla, secondo la vulgata giornalistica che segue e alimenta la vulgata popolare. Ricordate durante i governi Berlusconi? era tutta una gara a chi affossava meglio la nostra unviersità. E anche con questo governo, il ministro Poletti ci ha messo del suo. Perfino Luigi ZIngales, che di università ne dovrebbe capire qualcosa, ha invitato a lasciar perdere la ricerca in biotecnologie, e dedicarsi al turismo.

Ma in realtà non possiamo dare la colpa esclusivamente a un governo o addirittura a uno specifico ministro: è opinione diffusa in italia che studiare non serva a niente.

E quando si parla di investire in ricerca e innovazione, il nostro Miur è in prima fila. Un servizio delle Scienze, poi ripreso anche all'estero, denuncia che i fondi europei per l'innovazione e la ricerca sono stati spesi in modo ben strano. E nonostante una critica così profonda e dolorosa, il Miur non ha sentito il bisogno di rispondere ufficialmente alla rivista diretta da Marco Cattaneo, il quale ha rilanciato 10 domande al Miur. Risponderà stavolta il ministero?

Ovviamente, l'investimento in università, ricerca e sviluppo è un investimento a lungo termine i cui effetti si vedranno tra molti anni. Ma è indispensabile, perché senza l'alta formazione dei nostri lavoratori, è del tutto inutile riformare il mercato del lavoro. Hai voglia di fare jobs act, incentivi all'assunzione e altri maneggi simili: se non c'è lavoro, il jobs act non lo crea di certo.  Semmai, la maggiore flessibilità al massimo ci permetterà di restare competitivi rispetto ai paesi sottosviluppati per qualche anno ancora; perché quelli non sono mica fessi, se hanno un minimo di margine di bilancio, se lo spendono subito in formazione.

sabato 12 dicembre 2015

Voti

Il voto è odioso

A me piace molto insegnare ma c'è una cosa del mio lavoro che proprio non riesco a farmi piacere: dare i voti agli studenti.

In questo momento sono qui seduto a rivedere i progettini che i miei studenti hanno realizzato durante il semestre, per potergli assegnare un voto finale. In realtà li ho già valutati quasi tutti man mano che me li consegnavano durante l'anno: li chiamavo alla cattedra, guardavamo insieme il codice, gli davo suggerimenti, trovavo errori, e qualche volta gli richiedevo di correggere e riconsegnare. Si tratta di un controllo continuo durante l'anno, lo scopo è di aiutarli a progredire pian piano nell'arte della programmazione. Che poi è lo scopo finale del mio lavoro: insegnare qualcosa. Uno studente arriva all'inizio del corso che non sa e finisce che sa almeno qualcosa, e tu l'hai guidato nel percorso di apprendimento, assicurandoti che abbia appreso le cose "giuste".

(Per inciso: nessun MOOC potrà mai sostituire questa costosa forma di insegnamento, solo che è, appunto, molto costosa)

Ma dare i voti è un altra cosa, ed è odiosa, perché alla fine corrisponde a riassumere tutto in un unico numerello e mettere gli studenti in fila, dal più bravo al più scarso. Ed è semplicemente impossibile farlo in maniera giusta, equilibrata e precisa. Perché, come in qualsiasi attività umana, valutare l'attività di uno studente è usa cosa complessa che coinvolge tanti parametri, non tutti riassumibili in semplici numerelli. Persino in informatica, persino nella programmazione.

C'è chi ha sempre l'intuizione giusta, ma poi è disordinato di natura e scrive programmi orribili; all'opposto c'è chi ha difficoltà a trovare un algoritmo anche semplice, ma poi scrive programmi precisi, ordinati, e privi di errori. Hanno entrambi dei limiti e dei punti di forza: l'ottimale sarebbe insegnare al primo ad essere preciso e ordinato, e al secondo l'arte del problem solving. Ma alla fine, come fai a tradurre tutto in un semplice numero? Chi merita di più, il primo o il secondo, chi dei due è arrivato più vicino all'ottimo? Non è facile decidere, rischi di essere ingiusto. È già difficile fare una graduatoria tra due studenti dello stesso anno e della stessa classe, figuriamoci quanto sia difficile farlo fra studenti di classi e di anni diversi.

Eppure dobbiamo farlo, fa parte del nostro lavoro, e sono gli studenti stessi che ce lo chiedono continuamente: "quanto ho preso, prof?" e magari ti contestano per uno o due punti in meno rispetto a quanto si aspettavano di ricevere.

Potrei fregarmene, e dare i voti in maniera meccanica, come fanno molti. Si parte dal voto massimo, e si toglie un tot per ogni errore. Alla fine si fanno medie, si applicano formule, e si ottiene il risultato. Ci ho provato nel passato, ma non funziona: il risultato finale è altrettanto arbitrario, se non addirittura più arbitrario, del voto dato "a sensazione".

Giudizi

I miei genitori sono stati entrambi insegnanti di scuola media, e mi ricordo che da piccolo raccontavano di quanto fosse stato difficile il passaggio tra voti e giudizi. Prima si usava dare dei voti da 1 a 10, poi furono aboliti in favore dei giudizi. L'idea era che un giudizio era una valutazione completa di tutte le sfaccettature della performance di uno studente, e quindi sicuramente migliori di un semplice numerello. Purtroppo, quando le mamme venivano al ricevimento, dopo aver letto tutta la pappardella del giudizio, inevitabilmente chiedevano: "si, ma quanto ha preso? 6, o 7?".

Forse fa parte della natura umana, della naturale tendenza alla competizione che ci porta a desiderare di arrivare primi, di essere migliori degli altri in qualche cosa.

Io sospetto che il voto in realtà corrompa lo studente. Il rischio concreto è che alla fine l'obiettivo diventi il numero e non l'apprendimento. È un rischio più che concreto, perché le attività intellettuali riescono meglio quando ci si appassiona, ma se si punta esclusivamente al voto è più difficile appassionarsi. Abbiamo tutti avuti dei compagni di classe che studiavano a memoria e lavoravano solo per il voto.

Ma abolire il voto non si può, ci vorrebbe una rivoluzione culturale troppo grande per convincere gli essere umani dell'inutilità, anzi della dannosità del voto. 

Valutare i valutatori

Qualche giorno fa mi hanno passato il link a questo post di un professore universitario italiano, Federico Bertoni, che è subito diventato molto popolare in rete:

Microfisica della bêtise. Come distruggere l’università e vivere felici

Il prof. Bertoni si lamente (giustamente!) della pretesa burocratica di misurare con indicatori numerici il lavoro del professore universitario. VQR, indici bibliografici, riviste di classe A, B, contabilizzazione delle ore di insegnamento, etc. Pretesa presente in tutti i sistemi universitari del mondo, sia chiaro: il sistema italiano semmai aggiunge quel tanto di bizzarria burocratica da farlo diventare oltremodo ridicolo, ma non si creda che in Francia, o in Germania, o nella liberale Inghilterra, sia poi tanto diverso.

E hai voglia a dire che gli indici bibliometrici corrompono i nostri ricercatori, che lavorano quasi esclusivamente all'obiettivo di massimizzare l'indice piuttosto che pensare a fare buona ricerca (obiettivi spesso non coincidenti). E hai voglia di dire che l'indice non può in alcun modo descrivere le sfaccettature del lavoro forse più complesso e meno valutabile del mondo. Niente da fare: hanno deciso che bisogna valutare la performance dei docenti e dei ricercatori (e vogliono evitare di spendere tanti soldi) e dappertutto si cominciano ad usare questi indici.

Quindi, sono d'accordo con Bertoni: tutti questi indici stanno uccidendo l'università, e non solo quella italiana (quella italiana morirà prima di altre, e per tante altre ragioni).

Però voglio dire a Mazzoni e a tutti gli altri che mi leggono, che è impossibile sottrarsi alla valutazione. Non sarebbe neanche giusto: noi valutiamo gli studenti giorno per giorno, ed è giusto, necessario ed importante che qualcuno valuti il nostro lavoro. Sarebbe necessario che lo valutasse veramente, e che non si limitasse a contare meccanicamente le crocette di un formulario, o le citazioni di un paper pubblicato in un journal di classe A o B che sia. Sarebbe bene che valutassero la nostra didattica, magari in maniera umana e non computerizzata.

Però tutti questi indici sono anche (e soprattutto) colpa nostra. La naturale tendenza alla competizione che alberga nell'animo di ogni essere umano è solitamente presente in quantità abnormi nei ricercatori e docenti universitari. Spocchia e boria, due dei tratti popolari più frequentemente affibbiati alla nostra categoria, ci portano naturalmente a desiderare il confronto e la competizione. La bibliometria è lo strumento perfetto per esaltare il nostro ego, e alzi la mano chi tra noi non ha la tentazione frequente di andare a vedere su Google Scholar se il proprio h-index è cresciuto nella notte.

Quindi, i primi nemici della nostra categoria siamo noi stessi, inutile agitare il pugno verso degli oscuri burocrati ministeriali. Dentro i vari consigli (ANVUR, VQR) ci sono professori universitari, siamo noi ad avere scritto i nostri regolamenti.

Così come gli studenti vengono a chiederci insistentemente "si, ma alla fine quanto ho preso? ci arrivo al 27? sa, mi serve per non rovinarmi la media", noi stessi chiediamo insistentemente a che punto stiamo nella classifica che noi stessi ci siamo costruiti.

Conclusioni

Quindi, se non cambiamo mentalità, siamo fregati. Studenti come insegnanti. Apprendere non significa competere. Sono due cose diverse, non necessariamente correlate. Se vogliamo cambiare in meglio la nostra società, dobbiamo cambiare atteggiamento culturale. Per una valutazione diversa, e più umana, per noi stessi prima di tutto.



Errata

In una prima versione di questo post, avevo erroneamente attribuito il post "Microfisica della bêtise" a Guido Mazzoni. Il post è stato in realtà scritto da Federico Bertoni e postato da Guido Mazzoni. Grazie a Davide per la segnalazione e mi scuso per la svista. 

domenica 15 novembre 2015

Nuovi hobby

Dopo non so più quanti anni mi sono rimesso a suonare la chitarra (saranno 20? non ricordo più).

La sera faccio esercizi per le dita, ogni tanto cerco gli accordi di una canzone per studiarla. Sono un po' deboluccio sul ritmo (e per uno che ha sempre suonato la chitarra ritmica è un grosso guaio) ma magari studiando...

Poi mi si sono rammolliti i polpastrelli, per cui dopo un po' mi fanno male. Ma anche qui, con tanta pazienza e allenamento i cuscinetti dovrebbero riformarsi presto. Almeno spero. 

Abbiamo messo su un gruppino, io e mia moglie: lei canta, io suono. Stiamo preparando un bel repertorio anni 80-90, vediamo che esce fuori, in attesa che si aggiunga il terzo componente al gruppino (Edoardo studia anche lui la chitarra).

Sabato prossimo vengono degli amici francesi a casa a cena, anche loro con le chitarre. L'idea è di suonare e cantare tutti insieme, e provare qualche canzone. Il problema è che io di canzioni francesi quasi non ne conosco, e loro di canzoni italiane neanche a parlarne. E quindi abbiamo cominciato a fare una lista di canzoni inglesi e americane, i soliti Bob Dylan, Beatles, Rolling Stones.  Ma magari posso cominciare a proporgli qualcosina di italiano che non sia "O Sole mio", avete suggerimenti?

L'unica canzone francese che ho imparato nel frattempo è "Cendrillon" (Cenerentola) che vi riporto qui sotto. Il testo è significativo, ve la consiglio caldamente, (niente traduzione, abbiate pazienza: diciamo che comincia come la favola omonima, ma finisce in maniera piuttosto differente).


Insomma,bisogna pure passare il tempo in qualche modo, no? 

lunedì 26 ottobre 2015

La comicità in Francia

I francesi hanno uno spirito comico piuttosto particolare, e può succedere che uno straniero rimanga a volte un po' disorientato nell'ascoltare qualche battuta, oppure nel guardare un programma comico, o le vignette dei giornali satirici.

Nel libro "Le più belle del mondo, atlante mondiale delle barzellette", Patrizio Roversi e Martino Ragusa descrivono la comicità francese in questo modo:
"La Francia è forse la patria dell'umorismo aggressivo, quasi sempre eterodiretto: i francesi fanno barzellette soprattutto contro gli altri. In ciò si differenziano dagli inglesi, che sono ugualmente auto e eteroironici, e dagli italiani, che sono abbastanza autoironici. A questo proposito, si può dire che i francesi siano l'esatto opposto degli ebrei, nel senso che gli ebrei sono quasi sempre autoironici mentre i francesi non lo sono affatto."
Ed è in parte vero: i francesi rivolgono il loro umorismo contro qualcuno o qualche cosa, e sanno essere davvero cattivi e molto spregiudicati in questo. E' un modo di ridere a cui non siamo (più) abituati, perché ormai dappertutto domina il politically correct, ovvero "primo: non offendere". In Italia, l'umorismo satirico è ormai diretto quasi esclusivamente contro i politici, il punching ball dei nostri comici. In Francia, si ride offendendo allegramente la religione, le abitudini e i tic (degli altri), e anche i politici, certo, ma con una certa pesantezza a cui noi italiani non siamo più abituati (se mai lo siamo stati). Gli unici in italia che fanno umorismo e satira in questo modo sono forse solo i toscani del vernacoliere, perché solo i toscani si riservano ancora il diritto di offendere ridendo.

Recentemente è saltato all'attenzione del mondo l'attentato a "Charlie Hebdo", il giornale satirico francese. E ho avuto l'impressione che il resto del mondo non abbia davvero capito l'ambito culturale in cui nasce e cresce quel tipo di umorismo. In Francia CH era sicuramente un caso a parte, per come continuava ostinatamente a portare avanti un certo tipo di satira, e per come si ponesse l'obiettivo di andare sempre oltre il limite del politically correct.  Ma è un tipo di umorismo che ha radici profonde nella cutura francese, e che viene quindi intepretato in maniera parziale all'estero.

Per farvi un esempio, negli anni '90 su Canal+ andava in onda "Les nuls", un programma di comicità leggera, in cui si parodiavano film, trasmissioni televisive, pubblicità. L'altra sera mi è capitato di vederne una selezione di repliche, le più famose. Eccone una che mi ha colpito:


Una cosa del genere, in altre parti del mondo, avrebbe potuto scatenare una guerra, non credete? E' abbastanza importante dire che l'autore (e attore) del filmato è di origini ebree, e non è affatto un autore di satira politica, ma un comico generico, come potrebbe essere stato Crozza ai tempi dei Broncoviz. Eppure, il tipo di comicità che esprime è piuttosto sopra le righe per la sensibilità di un non-francese come me. Potete, se volete, divertirvi a cercare altre performance de "Les nuls" su YouTube. La maggior parte sono battute contenenti parolacce o a sfondo pesantemente sessuale (come riferito da Ragusa e Roversi nel loro libro).

Per concludere: credo che questo tipo di comicità sia destinato a sparire anche in Francia. Il politically correct non è più opzionale nel mondo globalizzato e multi-etnico in cui viviamo, e prima o poi i francesi dovranno, loro malgrado, uniformarsi: "primo, non offendere".